Le reti di impresa agricole nella consulenza giuridica 954/15 dell’Agenzia delle Entrate

Le Reti di Impresa agricole sono un importante strumento per le nostre imprese impegnate nella agricoltura, uno dei settori più importanti del Made in Italy ma che soffre da anni di una drammatica diminuzione dei margini di guadagno: probabilmente l’accrescimento della competitività e della capacità di innovare che il contratto di rete potrebbe portare ai retisti agricoli consentirebbe di recuperare spazi di redditività.
Ecco perché riteniamo importante riprendere la consulenza giuridica n. 954-84/2015 dell’Agenzia delle Entrate in tema di reti di imprese agricole ed approfondire alcuni dei concetti lì espressi, per la verità non tutti condivisibili.
Ricordiamo, in primo luogo, che l’articolo 1-bis, comma 3, del decreto legge 24 giugno 2014, n. 91, convertito dalla legge 11 agosto 2014, n. 116, Per le imprese agricole, definite come piccole e medie ai sensi del regolamento (CE) n. 800/2008 della Commissione, del 6 agosto 2008, nei contratti di rete, di cui all’art. 3 comma 4-ter, del decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 aprile 2009, n. 33, e successive modificazioni, formati da imprese agricole singole ed associate, la produzione agricola derivante dall’esercizio in comune delle attività, secondo il programma comune di rete, può essere divisa fra i contraenti in natura con l’attribuzione a ciascuno, a titolo originario, della quota di prodotto convenuta nel contratto di rete”.Tale previsione, come osservato dall’Agenzia, non è “automatica” ma deve essere esplicitamente previsto dal programma di rete che i partecipanti devono stipulare.

Il contratto di rete “agricolo” deve quindi essere formato da sole imprese agricole singole o associate, di cui all’art. 2135 del codice civile, definite come piccole e medie (PMI) ai sensi del Regolamento (CE) n. 800/2008 e, cioè, quelle che occupano meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non supera i 50 milioni di euro ovvero il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni di euro.

A questo punto l’Agenzia delle Entrate ci comunica di aver chiesto chiarimenti al MIPAAF (il Ministero per le Attività Agricole), il quale avrebbe risposto che tra le retiste agricole non vi è alcun trasferimento del bene oggetto di divisione, poiché tutti i contraenti hanno contribuito alla produzione dello stesso. Si dice poi che l’eventualità che il programma di rete possa comunque contemplare una funzione di scambio, renderebbe inquadrabile il contratto stesso tra quelli aventi natura generale, con la conseguente inapplicabilità della disposizione che consente l’attribuzione a titolo originario del prodotto, “anche nell’ipotesi in cui le caratteristiche dei contraenti e le previsioni contrattuali espressamente richiamassero la normativa speciale di cui al citato articolo 1-bis, comma 3, del d.l. n. 91 del 2014”. E qui ci pare che il Ministero esprima un’opinione non condivisibile, se ne abbiamo compreso a fondo il senso, andando ben oltre quanto previsto dalla disposizione in esame, che si limita a stabilire l’attribuzione a titolo originario dei beni suddivisi tra i retisti, senza aggiungere niente in merito alla successiva destinazione di tali beni.

Ancora, il MIPAAF, sempre secondo quanto riportato dalle Entrate, esclude l’applicazione della disposizione in parola nei casi in cui dal programma di rete emerga un assetto dei rapporti tale da escludere la pariteticità tra gli imprenditori partecipanti e nelle reti di imprese verticali, cioè nelle reti con imprese in posizione diverse della filiera produttiva. Ciò perché, ci pare di capire, la divisione in natura della produzione realizzata in rete sarebbe giustificata dal fatto che le retiste svolgono la medesima attività e condividono il medesimo obiettivo. Ma quest’ultima è affermazione che non trova alcun riscontro nella normativa, sia in quella speciale sia in quella più generale delle reti di impresa, non riuscendo davvero a comprendere perché la divisione in natura dei beni agricoli potrebbe avvenire solo in reti di imprese così omogenee e non in altre reti, sempre agricole, ma magari verticali o, ancora, che effettuino a valle anche una attività di scambio.

Queste affermazioni, da parte del Ministero per le Attività agricole, qualora fossero confermate, avrebbero l’effetto, davvero negativo, di indebolire un importante strumento di flessibilità e di competitività come l’attribuzione in via originaria della produzione agricola per divisione.

Oltre a ciò, segnaliamo che l’Agenzia delle Entrate ha affermato che Le imprese agricole che operano mediante un contratto di rete dichiarano il reddito agrario dei terreni condotti in forma associata anche se appartenenti ad altri soggetti.

Gli effetti fiscali che si verificano sono, inoltre, due: ai fini Iva, la divisione dei prodotti non produce effetti traslativi tra le imprese contraenti e quindi le operazioni poste in essere ai fini della realizzazione della produzione agricola non assumono rilevanza ai fini di tale imposta.

Infine, dicono sempre gli Uffici, ai fini delle imposte dirette la fattispecie del contratto di rete agricolo può essere inquadrata nell’ambito della conduzione associata, ex articolo 33, comma 2, del TUIR; pertanto il reddito agrario derivante dallo svolgimento delle attività agricole concorre a formare il reddito di ciascun associato, per la quota di sua spettanza, stabilita nel contratto stesso.

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