Cassazione n.8068/2016: tra distacco “semplificato” e gruppi di imprese, la prima sentenza che parla del contratto di rete

Per tutti gli appassionati di reti di imprese la sentenza della Corte di Cassazione 21 aprile 2016 n. 8068 costituirà una sorta di “pietra miliare”: si tratta, infatti, almeno a quanto ci risulta, della prima sentenza a citare espressamente il contratto di rete, esprimendo, tra l’altro, un giudizio molto positivo.
La sentenza affronta uno dei temi di maggior spessore del diritto delle reti di impresa negli ultimi anni, vale a dire il distacco cosiddetto “semplificato”, anche se lo fa analizzando il caso concreto di un gruppo di imprese. I giudici esprimono un giudizio piuttosto avanzato in merito al distacco “infragruppo”, con soluzioni che si possono adottare anche alle reti di impresa.
Le ragioni fondamantali alla base della decisione in esame possono essere sitetizzate nella seguente massima “Se il distacco del lavoratore viene realizzato tra aziende facenti parte dello stesso gruppo di imprese, il requisito dell’interesse può ritenersi sempre esistente, a prescindere da indagini specifiche, in quanto il collegamento societario comporta il perseguimento di uno scopo economico unitario, al pari di quanto accade nei “contatti di rete”.
La disposizione da tenere a mente è l’articolo 30 del D. Lgs. n. 276/2003, secondo la quale è possibile adibire un lavoratore allo svolgimento della prestazione alle dipendenze di un soggetto terzo qualora questa decisione sia funzionale a un interesse del soggetto distaccante e abbia carattere temporaneo.
Se mancano questi requisiti, il distacco è illecito e viene sanzionato come somministrazione irregolare di manodopera. Il fenomeno del distacco è molto frequente all’interno dei gruppi di imprese, al punto che la giurisprudenza ha cominciato ad interpretare tale istituto proprio partendo dai gruppi di impresa. Il motivo è presto detto: lo spostamento dei lavoratori tra le diverse società del gruppo è funzionale al perseguimento di interessi comuni. Tale rotazione, tuttavia, fatica a trovare una collocazione all’interno dei principi fissati dall’articolo 30 e, prima ancora, dalla giurisprudenza, in quanto spesso l’operazione non serve a soddisfare solo l’interesse del datore di lavoro originario, ma non per questo persegue finalità illecite.
La sentenza della Corte di cassazione prova a superare queste difficoltà, riconoscendo che i gruppi di imprese perseguono uno scopo comune e, quindi, deve ritenersi sempre sussistente il requisito dell’interesse nei distacchi realizzati al loro interno, tanto più se viene disposto, come nel caso di specie, per costituire un ufficio destinato a svolgere attività amministrative centralizzate in favore di tutte le singole imprese del gruppo.
Ed è proprio a questo punto del ragionamento che la sentenza menziona il contratto di rete, affermando che si tratta di una forma aggregativa simile al gruppo di imprese.
Riportiamo un ampio stralcio del passaggio:
“Le considerazioni che precedono trovano oggettiva conferma nell’evoluzione normativa dell’istituto del distacco e, in particolare, nell’introduzione – ad opera del D.L. 28 giugno 2013, n. 76, convertito con modificazioni dalla L. 9 agosto 2013, n. 99 – dell’art. 30 cit., comma 4 ter il quale dispone nella sua prima parte (la seconda riguardando il diverso istituto giuridico della “codatorialità”, ossia dell’assunzione congiunta di un medesimo dipendente) che “qualora il distacco di personale avvenga tra aziende che abbiano sottoscritto un contratto di rete di impresa che abbia validità ai sensi del D.L. 10 febbraio 2009, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla L. 9 aprile 2009, n. 33, l’interesse della parte distaccante sorge automaticamente in forza dell’operare della rete, fatte salve le norme in materia di mobilità dei lavoratori previste dall’art. 2103 c.c.”.
Ora, premesso che il riferimento atecnico ad un’automaticità del sorgere dell’interesse del soggetto distaccante deve essere più esattamente ricondotto entro lo schema della presunzione assoluta, è significativo che la disposizione in esame connetta il venire ad esistenza dell’interesse al fatto di base dell’operare della rete e cioè ad un fatto, che è ad un tempo giuridico ed economico, della funzionalità del contratto di rete di impresa, con il quale più imprenditori, perseguendo scopi comuni in termini di innovazione e di competitività, stabiliscono rapporti di collaborazione nell’esercizio delle loro imprese.
E’ tuttavia evidente che tale contratto presenta, per un verso, scopi economici unificanti che risultano certamente avvicinabili a quelli che muovono la logica imprenditoriale di un gruppo di imprese e, per altro verso, non istituisce legami più condizionanti di quelli che definiscono, ai sensi dell’art. 2359 c.c., il controllo o il collegamento di società“.
La sentenza è importante anche perché conferma la natura del distacco semplificato collocandola nella categoria giuridica della presunzione assoluta, vale a dire una presunzione contro la quale non è possibile dare prova contraria.
Di seguito riproduciamo per intero la sentenza. Buona lettura.

Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 21-04-2016, n. 8068
Fatto Diritto P.Q.M.
PROCEDIMENTO CIVILE
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –
Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –
Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –
Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –
Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso 515-2013 proposto da:
B.M., C.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SISTINA 42, presso lo studio dell’avvocato M. V., che la rappresenta e difende giusta delega in atti;
– ricorrente –
contro
CASA DI CURA (. . .) S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DUILIO 13, presso lo studio dell’avvocato C. P., che la rappresenta e difende giusta delega in atti;
– controricorrente –
e contro
A. S.P.A. C.F. (OMISSIS);
– intimata –
avverso la sentenza n. 534/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 18/04/2012 r.g.n. 10448/2008;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/01/2016 dal Consigliere Dott. PAOLO NEGRI DELLA TORRE;
udito l’Avvocato V. M.;
udito l’avvocato P. C.;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 534/2012, depositata il 18 aprile 2012, la Corte di appello di Roma confermava la sentenza del Tribunale di Roma che aveva respinto la domanda di B.M., la quale, sul rilievo di essere stata assunta in data 28/1/2002 dalla S.p.A. Casa di Cura Città di Roma con contratto a termine per la sostituzione di una dipendente in maternità, ma di aver lavorato fin da subito ed esclusivamente per altra società dello stesso gruppo, l’Aurelia 80 S.p.A., aveva chiesto che venisse accertata un’interposizione fittizia di manodopera, in violazione della L. 23 ottobre 1960, n. 1369, ancora applicabile ratione temporis al rapporto, e l’intervenuta costituzione di un rapporto subordinato a tempo indeterminato alle dipendenze della interponente, con conseguente illegittimità del licenziamento.
Secondo la Corte doveva escludersi la sussistenza di un’ipotesi di interposizione fittizia, posto che il collegamento funzionale tra le imprese ed il sistema adottato di gestione integrata dei servizi rendevano effettivo l’interesse del datore di lavoro a partecipare, attraverso il distacco di proprio personale, all’attività dell’ufficio facente capo alla S.p.A. Aurelia 80 ma destinato all’attività di amministrazione per tutte le società del gruppo;
inoltre – osservava ancora la Corte – non era rilevante che, in una organizzazione unificata dell’attività e sulla base di modalità interne di distribuzione del lavoro, l’appellante fosse stata addetta, come la lavoratrice sostituita, ad adempimenti relativi all’Aurelia 80, il distacco così attuato rispondendo ad una comune esigenza di razionalità ed economicità del servizio.
Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza la B. con due motivi; le società Casa di Cura Città di Roma e Aurelia 80 hanno resistito con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto con particolare riferimento alla L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1 non avendo il giudice di appello (come già quello di primo grado) correttamente valutato i requisiti di liceità del distacco (e cioè l’interesse del distaccante e la temporaneità del comando), in tal modo facendo erronea applicazione della deroga dallo stesso costituita al divieto di interposizione.
In particolare, non solo nella specie non vi era alcun indizio di distacco, ma emergeva la diretta ed originaria adibizione della ricorrente a mansioni esclusivamente in favore di altro soggetto, senza che, da parte della società formalmente datrice di lavoro, fosse stato manifestato un interesse a tale comportamento.
Con il secondo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione, non avendo la Corte adeguatamente spiegato il proprio assunto, secondo il quale il comando doveva ritenersi legittimo, e, in particolare, non avendo fatto alcun cenno sostanziale circa la presunta esistenza dell’interesse al distacco, che deve essere presente nel soggetto distaccante, nonchè della sua temporaneità.
Il ricorso è infondato.
La Corte territoriale ha accertato in primo luogo che le società Aurelia 80 S.p.A. e Casa di Cura Città di Roma S.p.A. appartengono allo stesso gruppo di imprese e che “l’ufficio cui era stata addetta” la B. “si occupava della gestione amministrativa di tutte le società” che ne fanno parte.
Su tali premesse la Corte ha riconosciuto sussistente il requisito dell’interesse al distacco (del personale della Casa di Cura Città di Roma) – requisito introdotto normativamente con il D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276 (art. 30) ma già presente nella elaborazione dottrinale e giurisprudenziale formatasi sugli elementi idonei a garantire la liceità dell’istituto con portata derogatoria del divieto di interposizione di manodopera di cui alla L. 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1 – “nell’accentramento presso un unico ufficio dell’amministrazione del personale delle società del gruppo”.
La Corte ha, quindi, sottoposto ad esame, nell’esercizio delle prerogative che competono al giudice del merito e con esiti valutativi esenti da critiche, le ragioni organizzative e produttive alla base di tale interesse, identificandole nel “collegamento funzionale tra le imprese” e nella comune adozione di un sistema “di gestione integrata dei servizi” e così pervenendo conclusivamente, con l’accertamento dell’effettività dell’interesse del datore di lavoro a partecipare, attraverso il proprio personale, all’attività dell’ufficio facente capo alla società Aurelia 80 ma destinato all’attività di amministrazione per tutte le società del gruppo, ad escludere la riconducibilità della concreta fattispecie nell’area della interposizione illecita di manodopera.
Ciò posto, si osserva che il percorso logico-giuridico seguito nella sentenza impugnata si sottrae alle censure della ricorrente, in relazione ad entrambi i vizi dedotti, dovendosi qui rilevare e precisare come il paragrafo 3 del ricorso (pagine 15-16) non dia ingresso ad un terzo e distinto motivo, posto che non esprime un’autonoma critica alla pronuncia della Corte territoriale, ex art. 360 c.p.c., ma si limita a prendere in considerazione le conseguenze sul rapporto di lavoro di una fattispecie di illiceità il cui riscontro rimane dipendente dall’eventuale accoglimento del primo e/o del secondo motivo di gravame.
In particolare, e con riferimento al primo motivo (violazione e falsa applicazione della L. n. 1369 cit., art. 1), è da ritenere che, pur nel contesto di una distinta soggettività giuridica, ciascuna componente del gruppo di imprese sia titolare dell’interesse a concorrere, anche mediante il distacco di propri dipendenti, alla realizzazione di comuni strutture produttive e organizzative, che si pongano in un rapporto di coerenza con gli obiettivi di efficienza e di funzionalità del gruppo stesso e con il dato unificante di una convergenza di interessi economici, anche intesa come progetto di riduzione attuale o potenziale dei costi di gestione.
E’, infatti, chiaro che l’interesse del soggetto distaccante non può essere separato da quello del raggruppamento di cui il soggetto stesso è parte economicamente integrata e risulta anzi direttamente connesso e funzionale all’attuazione di quest’ultimo.
Le considerazioni che precedono trovano oggettiva conferma nell’evoluzione normativa dell’istituto del distacco e, in particolare, nell’introduzione – ad opera del D.L. 28 giugno 2013, n. 76, convertito con modificazioni dalla L. 9 agosto 2013, n. 99 – dell’art. 30 cit., comma 4 ter il quale dispone nella sua prima parte (la seconda riguardando il diverso istituto giuridico della “codatorialità”, ossia dell’assunzione congiunta di un medesimo dipendente) che “qualora il distacco di personale avvenga tra aziende che abbiano sottoscritto un contratto di rete di impresa che abbia validità ai sensi del D.L. 10 febbraio 2009, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla L. 9 aprile 2009, n. 33, l’interesse della parte distaccante sorge automaticamente in forza dell’operare della rete, fatte salve le norme in materia di mobilità dei lavoratori previste dall’art. 2103 c.c.”.
Ora, premesso che il riferimento atecnico ad un’automaticità del sorgere dell’interesse del soggetto distaccante deve essere più esattamente ricondotto entro lo schema della presunzione assoluta, è significativo che la disposizione in esame connetta il venire ad esistenza dell’interesse al fatto di base dell’operare della rete e cioè ad un fatto, che è ad un tempo giuridico ed economico, della funzionalità del contratto di rete di impresa, con il quale più imprenditori, perseguendo scopi comuni in termini di innovazione e di competitività, stabiliscono rapporti di collaborazione nell’esercizio delle loro imprese.
E’ tuttavia evidente che tale contratto presenta, per un verso, scopi economici unificanti che risultano certamente avvicinabili a quelli che muovono la logica imprenditoriale di un gruppo di imprese e, per altro verso, non istituisce legami più condizionanti di quelli che definiscono, ai sensi dell’art. 2359 c.c., il controllo o il collegamento di società.
Nella prospettiva così delineata, e che appare la sola conforme alle peculiarità di forme produttive articolate e complesse, risulta senza dubbio corretta la sentenza impugnata, la quale, muovendo dall’incontestato presupposto dell’inserimento tanto del soggetto distaccante come del soggetto distaccatario in un medesimo gruppo, ha posto In esatta evidenza il carattere sinergico dell’intervento organizzativo volto a costituire un unico polo per l’amministrazione del personale dipendente dalle società facenti capo ad esso e la corrispondenza del distacco dell’odierna ricorrente “ad una comune esigenza di razionalità ed economicità del servizio”.
Nè può condividersi la critica della ricorrente, secondo la quale anche l’elemento della temporaneità, essenziale per la liceità del distacco, sarebbe stato dato per presupposto dalla sentenza impugnata (come già dal giudice di primo grado), senza che, in realtà, esso fosse stato puntualmente provato dalla controparte.
Premesso, infatti, che la ricorrente mostra di aderire al consolidato orientamento, che fa coincidere il concetto di “temporaneità” con quello di “non definitività”, si richiama sul punto Cass. 25 novembre 2010, n. 23933, la quale ha, in particolare, osservato che la temporaneità del distacco non richiede che la destinazione del lavoratore a prestare la propria opera in favore di un soggetto diverso “abbia una durata predeterminata fin dall’inizio, nè che essa sia più o meno lunga o sia contestuale all’assunzione del lavoratore, ovvero persista per tutta la durata del rapporto, ma solo che la durata del distacco coincida con quella dell’interesse del datore di lavoro a che il proprio dipendente presti la sua opera in favore di un terzo”.
Le considerazioni che precedono portano a ritenere infondato anche il secondo motivo di ricorso, con il quale viene fatto valere il vizio di motivazione.
Ed invero la Corte territoriale ha adeguatamente e correttamente motivato in ordine al punto decisivo costituito dalla legittimità del distacco, quale fatto idoneo a derogare al divieto di interposizione di manodopera, ponendo in luce, alla stregua delle deposizioni dei testi assunti e della situazione pacificamente data (e cioè l’emergere nella specie di un gruppo di imprese), l’effettività dell’interesse del datore di lavoro a disporre il distacco della B. presso la società Aurelia 80; nè la Corte ha trascurato di valutare il fatto che l’appellante fosse stata addetta ad adempimenti relativi al personale di quest’ultima società, riconducendolo a “modalità interne di distribuzione del lavoro” e ritenendolo coerentemente irrilevante “in una organizzazione unificata dell’attività”.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 gennaio 2016.
Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2016″.

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